Destra e sinistra del palco: la scena spiegata ai ballerini

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«Vai a destra»: in prova, metà della crew parte dal lato sbagliato appena ci si dimentica di dire la destra di chi. Il teatro ha risolto il problema da tempo; in Francia lo ha fatto con parole che non dipendono da dove ti trovi: cour, jardin, face, lointain. In italiano manca una coppia altrettanto stabile, quindi la regola è dichiarare sempre il punto di vista: vista dalla platea o dal palco. Questa guida spiega cosa significano questi termini per un ballerino, come ricordarli, come si traducono in inglese e in giapponese, quali zone del palco attirano lo sguardo, come mettere i segni a terra e come trasmettere tutto alla crew, dalla sala prove fino al palco.

Il punto di vista: dalla platea o dal palco

In francese i lati del palco si nominano dalla platea. Il côté cour è la destra del palco vista dal pubblico, il côté jardin la sinistra: è la definizione di Wikipédia come del glossario del Cratère, scène nationale di Alès. Per un ballerino rivolto al pubblico vale quindi l’inverso delle sue mani: la cour è alla sua sinistra, il jardin alla sua destra. Il vantaggio di queste due parole è che non cambiano a seconda di chi parla, come babordo e tribordo in marina: il coreografo seduto in platea e chi danza sul palco indicano lo stesso lato. I macchinisti francesi hanno perfino i loro soprannomi, i «courriers» a cour e i «jardiniers» a jardin. In italiano «destra» e «sinistra» da sole non hanno questo vantaggio: aggiungi sempre «vista dalla platea» o «dell’attore».

I nomi vengono dalla Comédie-Française. Dal 1770 la compagnia recita nella Sala delle Macchine del palazzo delle Tuileries, che da un lato dà sul cortile del Louvre (la cour) e dall’altro sul giardino delle Tuileries (le jardin). Prima si diceva «lato della regina» e «lato del re», dai palchi reali che si fronteggiavano; questi nomi scompaiono con la Rivoluzione, dopo il Terrore, precisa il libretto didattico del teatro Gabrielle Dorziat (Les Salmanazar, a Épernay). In Francia circolano tre trucchi mnemonici, utili anche a te se lavori con un teatro francese. Per il pubblico, le iniziali «J.-C.», come Jésus-Christ: J di jardin a sinistra, C di cour a destra, guardando il palco. Per l’interprete rivolto alla sala, «côté cour, côté cœur» (il lato del cuore), visto che il cuore sta a sinistra. Wikipédia ne aggiunge un terzo, che funziona anche in italiano: jarDin contiene una D, come la destra dell’attore.

Le altre lingue non partono tutte dallo stesso punto di vista. L’inglese nomina i lati dall’interprete: stage left è la sua sinistra quando guarda il pubblico, quindi il côté cour (la destra vista dalla platea), e stage right il côté jardin; gli inglesi dicono anche prompt side per la cour, il lato dove stava il suggeritore. Il giapponese, come il francese, parte dalla platea: 上手 (kamite) è la destra vista dal pubblico, quindi la cour, e 下手 (shimote) il jardin, secondo il glossario della federazione giapponese dei tecnici di teatro. Anche il tedesco conta dalla platea, secondo Wikipédia, al punto che diversi teatri d’opera hanno sostituito «sinistra» e «destra» con nomi presi dal proprio quartiere, come «Berlin» e «Charlottenburg» alla Staatsoper Unter den Linden. In rete girano ancora schede che invertono la regola: nel dubbio, torna al cuore, perché la cour sta dal lato del cuore quando guardi il pubblico.

Le zone del palco: proscenio, fondo, lati e centro

In profondità, il proscenio (face) è la parte anteriore del palco, la più vicina al pubblico, e il fondo (lointain) la parte posteriore, delimitata dalla parete di fondo. Si «scende» verso il proscenio e si «sale» verso il fondo: il glossario del Cratère ricorda che un tempo il palco era in pendenza, e il libretto dei Salmanazar che a volte è ancora leggermente inclinato verso la sala per offrire una visuale migliore. L’avant-scène, il proscenio in senso stretto, è la parte che precede il boccascena, e la ribalta è la fila di luci che ne borda il filo anteriore: da qui l’espressione «le luci della ribalta». Anche l’inglese conserva l’immagine della pendenza: downstage verso il pubblico, upstage verso il fondo.

Incrociando la larghezza (destra, centro, sinistra) e la profondità (proscenio, centro, fondo) si ottengono nove zone che tutti capiscono: proscenio centro, centro palco, fondo sinistra e così via. In questa guida destra e sinistra sono sempre viste dalla platea. Il glossario teatrale multilingue del CBTIJ, in Brasile, traduce del resto «downstage right» con face jardin e «upstage right» con lointain jardin, cioè proscenio e fondo a sinistra visti dalla platea. I manuali anglofoni usano la stessa griglia 3 × 3 con le loro sigle (DSL, DSC, DSR, CSL, CS, CSR, USL, USC, USR), sempre viste dall’interprete: il loro downstage left è il tuo proscenio destra visto dalla platea. Per una crew questi nove nomi bastano quasi sempre; poi si precisa in passi o in metri, per esempio «fondo sinistra (vista platea), a due metri dalla quinta».

Ai lati, le quinte, quei teli stretti spesso di velluto nero, nascondono gli spazi laterali; il libretto dei Salmanazar precisa che sono disposte una dietro l’altra, a destra e a sinistra, per permettere entrate e uscite. Il palco si divide così in piani successivi, dal proscenio verso il fondo, e il glossario del Cratère parla di un’americana luci per piano: entrare «in seconda quinta, a sinistra» indica un passaggio preciso tra due quinte. Dietro le quinte c’è lo spazio che il pubblico non vede, dietro i teli laterali e la parete di fondo. Annota per ogni ballerino da quale lato e da quale quinta entra ed esce: un ballerino che esce a destra e deve rientrare a sinistra ha bisogno di un passaggio sul retro.

Il peso visivo di ogni zona

Non tutti i posti hanno lo stesso valore agli occhi del pubblico. Il manuale americano di regia di Alexander Dean e Lawrence Carra, Fundamentals of Play Directing, così come lo riassume un testo didattico per registi, classifica sei zone dalla più forte alla più debole: il proscenio centro, poi il fondo centro, il proscenio alla destra dell’interprete, il proscenio alla sua sinistra, il fondo alla sua destra e infine il fondo alla sua sinistra. Visto dalla platea, l’ordine diventa: proscenio centro, fondo centro, proscenio sinistra, proscenio destra, fondo sinistra e fondo destra. L’idea di fondo è semplice: più un interprete è vicino e centrale, più attira lo sguardo. Non è una legge, è una convenzione di composizione, e altre fonti la contraddicono in parte.

Per la danza, il light designer Tom Skelton scriveva già nel 1955, su Dance Magazine, che la griglia a sei zone del teatro non serviva a nulla: un ballerino attraversa più zone in una sola frase di movimento. Classificava invece dei percorsi: prima l’asse centrale, dal fondo al proscenio, poi la diagonale dal fondo destra (vista platea) al proscenio sinistra, poi l’altra diagonale, poi un cerchio di circa 4,5 m di diametro al centro. I materiali di danza del ministero dell’Istruzione del Nuovo Galles del Sud giudicano al contrario forte la zona di fondo a destra (vista platea), dove la parete di fondo e il lato si incontrano. Il libretto dei Salmanazar riporta infine una tradizione francese: jardin (la sinistra vista dalla platea) sarebbe il lato «buono», quello dell’entrata dell’eroe, e il pericolo verrebbe da cour (la destra).

Per un gruppo, queste classifiche servono soprattutto a decidere chi mettere dove. Il solista o il momento forte va volentieri al proscenio centro; un gruppo che deve restare presente senza rubare la scena può tenere il fondo; una diagonale dà movimento e profondità e permette di attraversare tutto il palco in poco tempo. Ma tutto dipende dal posto dello spettatore. È una semplice questione di geometria: da una poltrona laterale, una parte del palco vicina a quel lato sparisce dietro il boccascena, e un ballerino sul fondo può essere coperto da chi gli sta davanti. Verifica quindi le tue formazioni da più posti della sala, non solo dal centro.

Numeri e segni a terra

Il vocabolario teatrale francese non fissa una numerazione del palco: i glossari consultati per questa guida non ne riportano nessuna, e ogni compagnia usa la sua. Due sistemi stranieri meritano di essere conosciuti. In Giappone, il bordo del proscenio porta uno 0 al centro, poi 1, 2, 3 verso ciascun lato, con un intervallo di 90 cm, mezzo ken, l’antica unità di misura giapponese, secondo il gestore di sale Theatre Workshop. Negli Stati Uniti, una direttrice di scena di musical descrive la stessa idea: una linea di numeri con lo 0 al centro e un segno ogni due piedi, cioè circa 61 cm. Scegli un intervallo, scrivilo sulla tua pianta e mantienilo dalla sala prove fino al palco.

I segni sono piccoli pezzi di nastro adesivo attaccati a terra. Il gaffa, molto usato nello spettacolo, si strappa a mano e, se è di buona qualità, si toglie senza lasciare residui; gli anglofoni chiamano questi segni spike. Wikipedia in inglese descrive l’uso corrente: una piccola croce per il posto di un interprete, una L per un mobile o un elemento scenografico, un colore per persona o per elemento quando i segni si moltiplicano, e un nastro fosforescente quando bisogna trovare il proprio posto al buio. Il centro merita sempre il suo segno: la direttrice di scena citata sopra mette una grande T al proscenio centro, e un altro segno al centro esatto del palco.

Metti meno segni possibile: solo i posti che devono essere esatti, quelli dove un ballerino deve cadere precisamente in una luce o alla giusta distanza da un altro. Un glossario giapponese per attori ricorda che il nastro fosforescente si vede anche dalla sala, da cui l’interesse a usarne poco. Molte sale che ospitano danza stendono un tappeto danza nero (la scheda tecnica della MC93, a Bobigny, ne elenca in teli da 1,5 m): chiedi al direttore di scena quale nastro puoi attaccarci, e togli i segni di un pezzo prima di mettere quelli del successivo, oppure cambia colore per non mescolare due coreografie.

Trasmettere la pianta alla crew

La regola d’oro sta in una frase: un solo sistema per crew, e il punto di vista dichiarato a ogni indicazione. Se la tua crew ragiona con destra e sinistra viste dalla platea, non usare mai «destra» e «sinistra» senza dirlo; se lavora con i numeri, di’ «il 2 a destra vista platea» piuttosto che «il 2 a destra». Scrivi il sistema scelto in cima alla pianta di ogni formazione, con una freccia verso il pubblico, così chi arriva per ultimo lo legge senza spiegazioni. E quando un’indicazione arriva dalla sala, per esempio dal coreografo seduto in prima fila, ricorda che destra e sinistra viste dalla platea restano le stesse per lui e per i ballerini: è proprio per questo che conviene adottarle.

In sala prove lo specchio prende in genere il posto del pubblico: il proscenio è dal lato dello specchio, e la destra vista dalla platea resta alla sinistra del ballerino che lo guarda. Riporta i segni del palco nella sala prove, con lo stesso centro e lo stesso intervallo, come consiglia il sito di didattica classica Ballet Curriculum: numeri davanti allo specchio a lezione, gli stessi numeri sul bordo del palco il giorno dello spettacolo. Prevedi anche prove di spalle allo specchio, perché sul palco non ci sarà più il riflesso per correggerti; sulla rivista Dance Informa, una danzatrice ricorda l’angoscia di quelle prove proprio prima della settimana tecnica. E se mostri una sequenza rivolto alla crew, dillo: i tuoi movimenti arrivano allora invertiti.

Dai poi a ciascuno il suo posto, formazione per formazione: una pianta per formazione, con il nome o il numero di ogni ballerino, vale più di una lunga spiegazione a voce. Poi riallinea tutto sul palco vero. Il glossario del Cratère cita l’espressione «on verra à la rampe» («vedremo alla ribalta»), cioè quando si proverà sul palco: le distanze cambiano, le entrate non cadono sempre dove ci si aspettava. La prova generale «à l’allemande» dei francesi, quella che secondo Wikipédia aggiunge le posizioni, è un buon momento per mettere gli ultimi segni. Infine siediti in sala, al centro e poi sui lati, per verificare che nessuno sia coperto.

Preparare la pianta del palcoscenico con Stancz

Stancz è un’app di coreografia che serve a preparare il posizionamento dei ballerini: li disponi su un palco in scala, concateni le formazioni e le transizioni si animano sulla tua musica, in vista 2D dall’alto, in 3D e dalla platea. Si usa nel browser di un computer, PC o Mac, senza installazione, e come app per iPhone, iPad e Android, con lo stesso account. È gratuita fino a 3 coreografie da 4 formazioni ciascuna, e oltre esiste un abbonamento a pagamento. Propone 19 preset, forme già pronte che si adattano al numero di ballerini, e accetta fino a 500 ballerini per coreografia.

La vista 2D disegna il palco alle sue misure reali, in metri: 10 × 6 m di default, con la scritta «PALCO · 10,00×6,00 m». Righelli graduati corrono in alto e a sinistra, con un numero a ogni metro e una tacca ogni 50 cm, a partire da 0 nell’angolo sinistro; due linee di centro tratteggiate, sempre visibili, si incrociano nel mezzo. PROSCENIO è scritto sotto il bordo anteriore, in basso nella pianta, dal lato del pubblico, e FONDO sopra il bordo posteriore; puoi mostrare la griglia, agganciare i ballerini alla griglia e mostrarne i numeri. La pianta non scrive né destra né sinistra: con il pubblico in basso, la destra della pianta è la destra vista dalla platea (il côté cour dei francesi, lo stage left degli anglofoni). Su un palco di 10 m, il 7 del righello in alto cade così a 2 m dal centro, a destra vista dalla platea.

La Vista pubblico risponde alla domanda che ci si pone dalla sala. In «Il tuo posto» scegli un posto con nome (Platea centrale, Prima fila, Prima fila lato destro, Lato sinistro, Lato destro, Giuria, Galleria, Telecamera) oppure tocchi una poltrona sulla pianta della sala, che indica sinistra e destra; la telecamera si sposta lì e inquadra la crew, poi la vista dice chi è coperto e dietro chi, oppure che tutti sono visibili da quel posto. La vista 3D mostra la stessa formazione in volume. Condividere una coreografia in sola lettura è gratis: ogni ballerino la guarda, ed «Evidenziami» mette in risalto il proprio ballerino. I limiti, senza giri di parole: niente export PDF, niente modifica a più mani in contemporanea e niente gestione della scuola.

Domande frequenti

Destra del palco: è la destra del pubblico o del ballerino?
Dipende da chi parla, ed è proprio questo il problema. Vista dalla platea, la destra è quella del pubblico; per un ballerino rivolto alla sala vale l’inverso: la destra vista dalla platea è alla sua sinistra. I francesi lo hanno risolto con due parole fisse che non cambiano a seconda di chi parla: côté cour (destra vista dalla platea) e côté jardin (sinistra vista dalla platea). In italiano, quando usi «destra» o «sinistra», precisa sempre da quale punto di vista parli.
Come ricordare côté cour e côté jardin se lavori con un teatro francese?
Dalla platea, pensa alle iniziali «J.-C.», come Jésus-Christ: J di jardin a sinistra, C di cour a destra. Sul palco, rivolto al pubblico, ricorda «côté cour, côté cœur»: la cour è dal lato del cuore, alla tua sinistra. Un ultimo riferimento, sempre rivolto al pubblico: jarDin contiene una D, come la tua destra.
Stage left è a destra o a sinistra vista dalla platea?
Stage left è a destra vista dalla platea, cioè il côté cour. L’inglese nomina i lati dall’interprete rivolto al pubblico: stage left è la sua sinistra, quindi la destra vista dalla platea, e stage right è la sinistra vista dalla platea (il jardin). La sinistra del pubblico in inglese si dice house left: corrisponde al jardin. In giapponese, 上手 (kamite) corrisponde alla cour e 下手 (shimote) al jardin.
Cosa significano proscenio, fondo e avant-scène?
Il proscenio (in francese face) è la parte anteriore del palco, la più vicina al pubblico; il fondo (lointain) è la parte posteriore, davanti alla parete di fondo. Si scende verso il proscenio e si sale verso il fondo, ricordo dei palchi in pendenza. L’avant-scène, il proscenio in senso stretto, è la parte che precede il boccascena, dal lato del pubblico. In inglese, il proscenio si dice downstage e il fondo upstage.
Esiste un’app gratuita per fare una pianta del palcoscenico con questi riferimenti?
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Fonti

Questa guida si basa sui seguenti riferimenti, consultati durante la sua stesura.

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